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Vi chiedo solo questo: non chiamatela sepoltura.
Io piego quel nome tre volte, lo infilo nella cucitura interna della giacca viola e lascio la giacca su una sedia dove batte il sole delle 16:09.
Sotto la porta scivola una busta:
Dati essenziali, un conto chiuso, una foto tagliata sopra il collo.
Chi la trova deve poter dire chi sono, senza dovermi guardare in faccia.
Ho scelto i testimoni per difetto:
Il vicino che dimentica i volti, la sarta che copia i costumi e che ha la memoria di un ragno.
Ed il medico,che confonde gli orari.
A Ognissanti piove sempre; le impronte si spengono prima dell’angolo.
Io conto i passi:
Quindici fino al cancello, sette fino al muretto, uno per saltare, quel salto è il mio decesso legale.
Non mi uccido, riparo il tempo, ferisco il dubbio.
Mi rifaccio le unghie, cambio la voce nei momenti noiosi.
Il nuovo io parla di meno e osserva di traverso.
A volte, nelle passeggiate notturne, incrocio chi non ricorda il volto dell'altra.
Mi danno del “qualcuno” e proseguono.
È la frase più fedele che mi sia capitata: mi riconoscono abbastanza da escludermi.
Non dormo, alleno l’assenza:
Appoggio l'agenda sul comodino, conto i secondi che impiego a non controllare, li scrivo su un margine e poi li cancello.
Ho imparato a non abitare più, nelle stesse stanze col mio nome.
Se una mattina trovate fiori secchi davanti alla sedia vuota, non è un omaggio, ma è il mio modo per dire che il sole, quel giorno, ha fatto tardi, il riflesso spento, non disturba.
Io abito in un orario sottile, tra il dire ed il fare, tra una stanza vuota e il naufragio del vizio.
Chi abita nei miei documenti?
Alla stessa ora, dello stesso giorno, dello stesso minuto, dello stesso secondo.
Il millesimo distrugge come il sole, il vampiro.
Tenete la copia in bianco, che recita il mio necrologio.
È più leggera di me.